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MAH, n.42, dicembre 2015, pp.1-4

LIBRI

Acqua fresca? : tutto quello che bisogna sapere sull'omeopatia, a cura di Silvio Garattini, Milano : Sironi, 2015.
Scritto con rigore scientifico e con linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori, il libro curato da Silvio Garattini spiega che cosa è l'omeopatia e perché non può essere considerata medicina. Il libro si apre con una nota introduttiva dell'editore (pp.7-10) che si schiera apertamente con gli autori, affermando che “le dichiarazioni pro e contro l'omeopatia” non possono essere “messe tutte sullo stesso piano” e che la “posizione della comunità scientifica”, che non attribuisce validità all'omeopatia, è netta e con “solidi argomenti”. Seguono sei capitoli affidati a sei studiosi tra i quali lo stesso Garattini che trae poi le conclusioni (pp.151-155).
Il primo capitolo (pp.13-44), di Vittorio Bertelè, è, come dice il titolo, una Breve introduzione all'omeopatia. Il principio che sta alla base dell'omeopatia (e da cui deriva il nome stesso: il greco hómoios, da cui “omeo”, significa “simile”) è che “il simile cura il simile”. La scelta del “simile” si basa sui proving (pp.16-18) con i quali il fondatore dell'omeopatia, Samuel Hahnemann, e i suoi seguaci hanno pensato di rilevare i sintomi prodotti. La sostanza così individuata sarebbe quella da cui partire per curare il disturbo che provoca quel sintomo, sottoponendola a successive diluizioni seguite dall'agitazione del preparato (succussione). Come spiega Bertelè, tuttavia, i proving “riguardavano reazioni del tutto soggettive, non controllabili, non ripetibili tra individui diversi e soprattutto non erano compiuti in cieco” (p.17), ovvero chi faceva la prova sapeva cosa stava assumendo (non era “cieco” a tale informazione) e ciò poteva influenzare la sua valutazione (negli studi clinici “in doppio cieco” né il soggetto né lo sperimentatore sanno se si sta assumendo il farmaco oppure un composto che appare identico, ma non ha al suo interno il principio attivo). Anche se le rilevazioni fossero affidabili, poi, sarebbe “ancora tutto da dimostrare […] l'assunto secondo cui il simile cura il simile” (p.18). Questo vale a maggior ragione quando il “simile” viene sottoposto a diluizioni tali che quel che ne rimane è una quantità irrilevante o addirittura nulla, come avviene con i prodotti omeopatici. Avendo tali basi, sarebbe sorprendente se l'omeopatia funzionasse e, infatti, nonostante le pretese dei suoi sostenitori, non funziona: le revisioni sistematiche degli studi sull'omeopatia (pp.28-31) hanno mostrato che non ha alcuna efficacia.
Nel secondo capitolo (pp.45-67) Silvio Garattini esamina La legislazione per i prodotti omeopatici. La normativa in materia di medicinali prevede che i prodotti, per poter essere messi in commercio, debbano dimostrare sicurezza ed efficacia. Per i prodotti omeopatici, però, data una diluizione tale da garantirne la sicurezza (“si presta grande attenzione al concetto che il prodotto omeopatico non debba esser attivo” - p.58), è stato concesso di potersi avvalersi anche di una procedura semplificata che li esentava dal dovere dimostrare anche l'efficacia. Questa è stata la via seguita da tutti i preparati omeopatici: “non si trovano in commercio medicinali omeopatici esclusi dal regime di registrazione semplificata”, ricorda Garattini (p.54). Se fosse applicata nei loro confronti la direttiva 2001/83/CE che prevede il ritiro dal mercato dei medicinali privi di efficacia, osserva l'autore, “i prodotti omeopatici dovrebbero essere ritirati seduta stante dalle farmacie” (p.57).
Giorgio Dobrilla, nel terzo capitolo del libro (Omeopatia e letteratura scientifica, pp.69-91), riassume la situazione degli studi clinici sui prodotti omeopatici. Molti dei trial condotti, fa notare, non hanno le caratteristiche necessarie per giungere a risultati attendibili (p.72). Problemi riscontrati di frequente sono “scarsa casistica, parametri di valutazione soggettivi o fumosi, mancanza di doppio cieco, inadeguatezza statistica”. C'è poi il publication bias: gli studi con esiti positivi vengono più facilmente pubblicati (anche se, magari, risentono delle pecche prima citate), mentre può capitare che i risultati negativi non vengano resi disponibili. Questa situazione è “insidiosa, soprattutto per le revisioni sistematiche che si basano sugli studi pubblicati” (pp.73-74). Le revisioni più accorte, come quella di Aijing Shang e colleghi del 2005 e il rapporto del National health and medical research council australiano del 2015, hanno mostrato che, se si adotta una valutazione rigorosa, il verdetto è chiaro: l'omeopatia è priva di efficacia.
Già nel primo capitolo del libro si parlava (pp.25-28) della “memoria dell'acqua”, ovvero la presunta capacità dell'acqua di conservare caratteristiche di una sostanza in essa disciolta e di riprodurne gli effetti anche in sua assenza. La memoria dell'acqua è anche l'argomento del quarto capitolo (Memoria dell'acqua e umana insipienza, pp.93-109), scritto da Emilio Benfenati. Vengono ricordati i casi di Jacques Benveniste, a capo di un'équipe i cui risultati, pubblicati in un articolo su “Nature”, vennero però smentiti quando l'esperimento fu ripetuto con adeguati controlli, e di Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina, i cui tentativi, però, non hanno convinto la comunità scientifica che ha riscontrato in essi carenze tali da essere reputati privi di validità. Benfenati nota inoltre, a ragione, che vengono ignorate le impurità che certo non possono mancare del tutto nell'acqua usata come solvente (p.106). Le affermazioni sulla memoria dell'acqua sono insomma “una commistione di teorie arbitrarie ed empirismo esoterico, molto lontana dalle solide procedure delle scoperte scientifiche” (p.107).
Molto interessanti, e non solo in riferimento all'omeopatia, sono le considerazioni di Luigi Cervo sull'effetto placebo nel quinto capitolo (Effetto placebo e omeopatia, pp.111-136). L'effetto riscontrato dopo la somministrazione di un placebo non è necessariamente un effetto causato dal placebo. Infatti vanno tenuti i fenomeni della remissione spontanea (i sintomi possono scomparire col tempo anche da soli) e della regressione verso la media (i valori estremi riscontrati in una prima misurazione possono attenuarsi anche senza alcun intervento) e anche la tendenza a compiacere lo sperimentatore (pp.118-121). In base a ciò, si è proposto di “distinguere l'espressione “effetto placebo”, da usare per qualsiasi miglioramento osservabile dopo l'assunzione di un placebo, dall'espressione “risposta placebo”, riservata a indicare l'attenuazione di un sintomo prodotta dalla percezione che il paziente ha dell'intervento terapeutico”, anche se “tale distinzione non è mai stata seguita” (p.123). La risposta specifica al placebo, osserva Cervo, è modesta e variabile per persona e per contesto (p.130). La conclusione dell'autore è che non solo l'omeopatia non ha effetti superiori al placebo, ma non è neppure dimostrato che abbia efficacia come placebo (p.136). I miglioramenti registrati potrebbero infatti essere dovuti più semplicemente alla naturale evoluzione della malattia.
Nel sesto capitolo (Medici e omeopatia: qualche numero, pp.137-150), Lorenzo Moja presenta alcuni dati sul seguito che l'omeopatia ha tra i medici.
Nel capitolo da lui scritto e nelle conclusioni al termine del libro (pp.151-155), Garattini tira le somme parlando in modo chiaro. L'omeopatia si basa su idee “in contrasto con tutti i principi fondamentali della chimica-fisica” e i dati sperimentali dicono che non funziona. Mancando le prove di una qualunque efficacia, i prodotti omeopatici non dovrebbero avere una registrazione che li affianca ai medicinali e non ha senso che si pensi a un rimborso per essi da parte del servizio sanitario nazionale, così come è assurdo che medici e farmacisti prendano in considerazione l'omeopatia. “I medici omeopati dovrebbero essere esclusi dall'Ordine” scrive Garattini “così come si escludono i pranoterapisti o coloro che per esempio preparano prodotti anticancro senza alcuna base scientifica” (p.66; cfr p.154) e “i farmacisti dovrebbero rifiutarsi di vendere questi preparati (p.155; cfr p.66).

La pubblicazione del libro non è stata ovviamente gradita dai sostenitori dell'omeopatia. La Società italiana di omeopatia e medicina integrata (Siomi) ha emesso un comunicato stampa con il titolo Omeopatia e acqua fresca: solo approssimazione e superficialità (26 ottobre 2015, http://www.siomi.it/apps/news.php?id=1489). Secondo questo comunicato, la “voluta approssimazione” del libro sarebbe dimostrata dalla definizione dell'omeopatia come “acqua fresca”. La Siomi ribatte che una buona parte dei prodotti omeopatici sono a “concentrazioni molecolari”. “In una diluizione 5CH di un medicinale omeopatico” scrivono gli omeopati “si agitano miliardi di molecole di principio attivo”. La presidentessa della Siomi, Simonetta Bernardini, ha ribadito questa affermazione in una trasmissione radiofonica (“Bianco e nero”, Rai Radio 1, del 5 novembre 2015), parlando di una “grande quantità di principio attivo”.
In un litro di una diluizione 5CH di solfato di calcio si possono trovare, in effetti, “miliardi di molecole” (che nella diluizione diventeranno ioni in solvatazione). Anzi, la quantità è nell'ordine delle decine di migliaia di miliardi. Sentire parlare di una tale cifra potrebbe far pensare a una “grande quantità”. Farà meno colpo, però, se si pensa che una diluizione 5CH significa comunque che il soluto è presente in una parte su dieci miliardi, il che, per un litro di diluizione in acqua, corrisponde a 0,0001 milligrammi.
Dato che, secondo la Siomi, in virtù di questa “grande quantità” (che poi tanto grande non è, come abbiamo visto) sarebbe errato parlare di semplice “acqua fresca”, si dovrebbe supporre che gli autori del comunicato ritengano che nell'acqua fresca la presenza sia minore. Ma è proprio così? Abbiamo preso tre esempi di “acqua fresca”, ovvero tre bottiglie di acqua minerale di diverse marche (Dolomiti, Levissima, Presolana), e abbiamo controllato sull'etichetta le quantità di solfato e di calcio in esse contenute. Per quanto riguarda il solfato, ci sono rispettivamente 19,3, 16,1 e 6,8 milligrammi per litro, mentre la presenza di calcio è di 22,4, 20,4 e 51,3 milligrammi per litro. Dunque l'acqua fresca, in realtà, contiene una quantità di solfato e di calcio oltre centomila volte maggiore di quella presente in una diluizione 5CH di solfato di calcio.
E se invece del solfato di calcio provassimo con l'arsenico? L'arsenico è noto per i suoi effetti tossici anche in quantità ridotte. Con una diluizione 5CH, comunque, ne rimarrebbe una parte su dieci miliardi, ovvero un decimo di microgrammo in un litro: una quantità talmente bassa che un'acqua con una tale concentrazione di arsenico sarebbe considerata sicura e adatta al consumo – in altre parole: acqua fresca.

Giovanni Gorga, Elogio dell'omeopatia, Milano : Cairo, 2015.
L'autore è il presidente di Omeoimprese, un'associazione di categorie dei produttori di preparati omeopatici cui aderiscono 18 aziende (pp.85-86).
La normativa in materia ha concesso ai prodotti omeopatici una procedura di registrazione semplificata che non richiede di portare prove di efficacia. Lascia, dunque, perplessi il fatto che Gorga parli di un “clima di ostracismo” verso l'omeopatia (p.17) quando, al contrario, essa gode di un regime di favore. L'autore si lamenta di “restrizioni legislative che non hanno consentito l'immissione di nuovi prodotti sul mercato” (p.78; cfr pp.88-89). Anche questa affermazione suscita perplessità, dato che queste “restrizioni legislative” sono semplicemente la procedura che deve essere seguita da ogni prodotto che voglia essere riconosciuto come medicinale e che comprende la documentazione della sua efficacia. Gorga sostiene che il prodotto omeopatico debba essere considerato un “farmaco vero e proprio” (p.16): perché allora non dovrebbe sottostare alle norme che sono imposte (giustamente) a ogni vero farmaco? L'autore, invece, vorrebbe che i prodotti omeopatici fossero approvati come “un medicinale a tutti gli effetti” (p.130), ma senza essere “accomunati sotto uno stesso cappello di regole” con i veri medicinali (p.129), prevedendo “percorsi semplificati per la registrazione” (p.105; cfr pp.121, 125-126). Insomma, Gorga vorrebbe che i prodotti omeopatici avessero tutti i vantaggi derivanti dall'essere ritenuti medicinali, ma non i relativi oneri – una posizione evidentemente insostenibile.
Gorga esprime disappunto per il fatto che l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) “intendeva estendere a prodotti [omeopatici] in commercio da decenni” (p.127) le procedure previste per la registrazione dei medicinali, ma ciò che dovrebbe stupire è, al contrario, il fatto che tali prodotti siano “in commercio da decenni” senza che vi sia una dimostrazione scientifica della loro efficacia.
L'autore scrive che, per spiegare come sia possibile che prodotti che non contengono più traccia del soluto abbiano un effetto, “sono state proposte diverse teorie, la più accreditata delle quali, o comunque quella a cui si fa maggior riferimento, è quella della memoria dell'acqua” (p.80). Gorga cita l'articolo dell'équipe di Jacques Benveniste, pubblicato “sulla prestigiosa rivista britannica Nature” (p.80). Non riferisce, però, che “Nature” pubblicò sì tale articolo, ma mise anche un commento in cui esprimeva la propria perplessità, che la rivista chiese all'équipe di Benveniste di ripetere i loro esperimenti in presenza di esperti scelti dalla rivista e che in queste prove fatte con adeguate misure di controllo gli eclatanti risultati non arrivarono. Gorga fa anche (p.81) il nome di Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina nel 2008, che in seguito si è dedicato a studi sulla memoria dell'acqua che, però, sono stati giudicati inconsistenti dalla comunità scientifica. Né questi, dunque, né altri articoli hanno portato alcuna prova convincente per questo tentativo di spiegare una presunta azione dei prodotti omeopatici.
L'autore scrive che la mancanza di “certezze sul meccanismo d'azione […] non significa che l'efficacia non ci sia” (p.82). Come principio questo è vero: si può rilevare l'efficacia di una sostanza anche senza sapere come agisce: gli studi clinici controllati servono proprio a questo. Il punto è, però, che gli studi clinici controllati dimostrano, al contrario, che l'omeopatia non funziona.
L'autore dedica alcune pagine del libro a una presentazione delle “principali scuole omeopatiche” (p.63). Gorga cita l'omeopatia “unicista” (“Il metodo unicista […] consiste nel somministrare al paziente un rimedio omeopatico per volta”) e quella “complessista” (“un metodo consistente nel somministrare un preparato composto da più rimedi complementari”) (p.64), la medicina antroposofica, “assimilabile a una branca dell'omeopatia” (p.65), l'omotossicologia (pp.68-74). Nessuna di queste versioni è mai riuscita a dimostrare con adeguati studi clinici la sua efficacia.
Il libro è stato pubblicato con una prefazione a firma del ministro della salute Beatrice Lorenzin. Ciò ha suscitato giustamente delle perplessità. Il Comitato italiano per le affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap) ha pubblicato una lettera aperta nella quale si faceva notare che era “inopportuno” che un ministro della salute, firmando la prefazione del libro, di fatto finisse per “sostenerne indirettamente il contenuto”. In seguito, Gorga ha annunciato che nella ristampa del suo libro non ci sarebbe stata la prefazione in quanto “non era autorizzata” (l'autore ha precisato che l'errore era stato comunque degli uffici del ministero) e la presidente del Consiglio superiore di sanità Roberta Siliquini ha scritto ai primi firmatari della lettera aperta dicendo che la prefazione potrebbe essere stato “l’errore di una ex-segretaria dato che, per la pletora di lettere che riceve giornalmente, la Ministra non può occuparsene di persona” (lo riferisce uno dei primi firmatari, il medico Giorgio Dobrilla: http://www.giorgiodobrilla.it/?p=1876).